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Riccardo Bellandi

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Riccardo Bellandi
I Signori dell’Appennino. Amori e battaglie nella Toscana del Duecento

Polistampa, 2010 (prima ristampa 2015)

Pagine: 624

Prezzo: 18 €

Caratterisitche: br., 18,2x20

ISBN: 978-88-564-0101-1



i personaggi storici del romanzo




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gli Ubaldini da Montaccianico

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Il Cardinale

Ottaviano degli Ubaldini

(Mugello, 1201-1272)

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   Discendente di una potente famiglia aristocratica del Mugello tradizionalmente fedele all'imperatore, nacque non prima del 1210 da Ugolino d'Albizzo e sua moglie Adelaide.

   La sua carriera ecclesiastica cominciò presumibilmente con l'assegnazione di un canonicato a Bologna, dove dal 1236 rivestì la carica di arcidiacono. Papa Gregorio IX aveva per lui una particolare predilezione: non solo lo nominò suddiacono e cappellano pontificio, ma nel 1240 gli affidò anche l'amministrazione della diocesi di Bologna, dopo che il capitolo lo aveva proposto quale vescovo. Ma non avendo ancora raggiunto l'età canonica di trent'anni, non poté essere ordinato.

   Nel maggio 1244 papa Innocenzo IV nominò il giovane chierico cardinale diacono di S. Maria in Via Lata. Nell'autunno dello stesso anno O. prese parte al viaggio della Curia a Lione e presenziò al concilio che deliberò la deposizione di Federico II. Nel marzo 1247 fu nominato legato in Lombardia e Romagna, per organizzare insieme a Gregorio da Montelongo, attivo già dal 1238, la difesa contro l'imperatore in Italia settentrionale. Un primo tentativo di far valicare le Alpi a truppe provenienti da nord naufragò nella primavera-estate del 1247 di fronte alla resistenza del conte di Savoia, alleato di Federico II. Nell'agosto 1247, da Milano, O. riunì un esercito arruolato in tutta l'Italia settentrionale contro re Enzo ed Ezzelino da Romano per sbloccare l'assedio di Parma, ma non osò attaccare e alla fine dell'autunno le sue truppe si dispersero. Dopo la vittoria dei parmensi sotto il comando di Gregorio da Montelongo sull'accampamento imperiale fortificato di Vittoria (18 febbraio 1248) anche O. si mise di nuovo all'opera e, con l'aiuto di un esercito reclutato tramite Bologna, nel giugno del 1248 era riuscito a riportare dalla parte del papato le città di Forlì, Cesena, Imola, Ravenna e Faenza in Romagna. Nella seconda metà dell'anno compì un'operazione analoga in Emilia.

   Trascorse gran parte del 1249 a Bologna cercando di consolidare le conquiste...  ALTRO

                                    

 


Ruggieri degli Ubaldini

(Mugello -  Pisa, 1295)

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La cattura del Conte Ugolino della Gherardesca da parte dei soldati dell'arcivescovo Ruggeri, con sugli scudi le insegne degli Ubaldini

(tratto dal "Villani illustato").

   Nacque nella potente famiglia mugellana degli Ubaldini, figlio di Ubaldino della Pila e nipote del cardinale Ottaviano degli Ubaldini, suo zio. Iniziò la carriera ecclesiastica presso la curia arcivescovile di Bologna, poi nel 1271 fu chiamato dai ghibellini ravennati come arcivescovo, accanto ad un altro prelato nominato dai guelfi. I contrasti tra i due però convinsero il Papa ad escludere entrambi. Nel 1278 divenne arcivescovo di Pisa, città allora retta dai guelfi Ugolino della Gherardesca e Nino Visconti. R. si insediò proprio quando iniziavano i conflitti tra i due e inizialmente cercò di favorire i ghibellini, anche se presto, fingendosi amico di Nino, li mise l'uno contro l'altro riuscendo a sbarazzarsi di entrambi. Guidò la rivolta che portò alla deposizione del conte Ugolino insieme con le famiglie dei Gualandi, dei Sismondi e dei Lanfranchi. Secondo la versione di un cronista contemporaneo, che Dante segue, egli avrebbe fatto prigioniero Ugolino con il tradimento: certo è che lo fece imprigionare nella Torre della Muda insieme a due figli e due nipoti, nella quale essi morirono.

   Probabilmente per questo motivo, o per il tradimento del Visconti, Dante lo collocò tra i traditori politici del suo Inferno. Anche papa Niccolò IV lo rimproverò aspramente e gli inviò una condanna per la sua condotta spietata contro Ugolino e i guelfi, ma il sopraggiungere della morte del pontefice impedì una qualsiasi ritorsione su di lui.

   Dopo la morte di Ugolino, nel 1289 R. si fece nominare podestà di Pisa, ma fu incapace di reggere alla lotta che gli aveva dichiarato il Visconti e dovette rinunciare al suo ufficio. Continuò a vivere nella sua arcidiocesi, conservandone il titolo, fino alla sua morte che avvenne nel 1295 a Viterbo, dove si era recato da poco. La sua tomba, poi scomparsa, venne collocata nel chiostro del monastero annesso alla chiesa viterbese di Santa Maria in Gradi.

   R. compare nel canto XXXIII dell'Inferno di Dante, nella seconda zona del nono cerchio, nell'Antenora ove sono puniti i traditori della patria, venendo citato come antagonista del celebre conte Ugolino della Gherardesca. Per il suo comportamento in vita, ha l'aggravio della pena di avere Ugolino che gli rode il cranio in eterno, per aver condannato quattro innocenti a morire con un colpevole. La sua figura nel poema è completamente muta e assente, tanto da sembrare pietrificata nel suo supplizio.

Ubaldino della Pila

(1205/10-1288/89)


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     Figlio secondogenito di Ugolino di Albizzo (1296-1228) e probabilmente di Adala (1218-1226), è documentato per la prima volta nel 1217 come minorenne (età inferiore ai 14 anni), quando il padre stipula il contratto matrimoniale per il figlio maggiore Azzo (della Pila), anch’esso minorenne. 

     Morti padre (1228) e fratello maggiore (fra il 1231 e il 1235), Ubaldino assume la guida della casata degli Ubaldini da Montaccianico, che manterrà fino alla morte, assieme al fratello minore,  il Cardinale Ottaviano, e al nipote Ugolino da Senni.

     Nel 1238-39 Ubaldino ricopre la carica di podestà di Borgo S. Lorenzo, incaricato dal vescovo di Firenze Ardingo di ristabilire l’autorità della Chiesa fiorentina nei confronti dei riottosi borghigiani.

     Nel 1246 con il nipote Ugolino da Senni e i cugini Ugolino e Azzo da Montaccianico riceve il privilegio imperiale da Federico II, con il quale l'Imperatore conferma loro tutti i beni.

     Nel corso degli anni '40 Ubaldino avvia una notevole attività di espansione del dominio familiare in Mugello e nell'alta Valle del Santerno.

     Nell'estate 1251, a seguito alla morte dell’Imperatore (dicembre 1250), Ubaldino fa aderire la Casata alla Lega Ghibellina Toscana (assieme alle città di Pistoia, Pisa, Siena, e Arezzo), per contrastare le mire egemoniche della Firenze guelfa.

     Attorno al 1254, a seguito della vittoriosa campagna militare delle milizie fiorentine in Mugello (settembre 1251), Ubaldino, per bloccare le rivendicazioni di Firenze sui castelli ubaldini, è costretto a cedere nominalmente la titolarità della signoria al cardinale Ottaviano, che essendo un principe ecclesiastico è "intoccabile" anche per Firenze.

     Con la vittoria ghibellina a Montaperti del 1260,  Ubaldino e il nipote Ugolino, oltre a riottenere il pieno possesso anche formale della titolarità della signoria, entrano anche nei consigli cittadini del nuovo governo ghibellino di Firenze.

      A seguito del ritorno al potere dei guelfi a Firenze nel 1267, il Cardinale Ottaviano assume di nuovo  la titolarità della signoria familiare e la mantiene fino alla morte nel 1272. Ubaldino, venuto meno il fratello, riprende le redini della casata per quasi un decennio durante il quale ospita nel palazzo di Santa Croce (oggi Scarperia), per tutta l’estate del 1273, papa Gregorio X con il collegio cardinalizio.

      Alla fine degli anni '70, data l’età avanzata, Ubaldino è costretto a cedere il ruolo di comando della Casata ai figli, che lo rappresentano negli atti ufficiali, come in occasione della cosiddetta “Pace del cardinale Latino”, che nel 1280 sancisce la temporanea fine del conflitto tra guelfi e ghibellini a Firenze, e alla quale aderiscono anche le grandi casate del contado.

      Documentato un’ultima volta nel luglio del 1288, di Ubaldino non si hanno più notizie, e nel maggio del 1289 risulta dececeuto.

      Durante la sua lunga vita ebbe sei figli maschi e almeno due femmine: il primogenito Azzo(ne), documentato dal 1254 e già deceduto nel 1274, è padre di Tano da Castello; Ugolino di Filiccione documentato dal 1262 e scomparso fra il 1302 e il 1305;  Cavrennello, morto nel 1282;  Ottaviano, dal 1259 canonico e dal 1261 al 1295 vescovo di Bologna; Ruggeri, canonico di Bologna e poi arcivescovo di Pisa; Schiatta, canonico bolognese già nel 1257, succede al fratello come vescovo di Bologna dal 1295 al 1299; Selvaggia andata in sposa nel 1267 a Bindo di Buonaccorso degli Adimari.

       Nonostante i numerosi figli avuti, non sono note le mogli di Ubaldino.

 

Ubaldino della Pila nelle fonti letterarie

Compare nella Commedia, tra i Golosi nel Purgatorio, c. XXIV, vv. 28-30:

Vidi per fame a voto usar li denti

Ubaldin dalla Pila e Bonifazio

che pasturò col rocco molte genti

Inoltre appare protagonista in una novella di Franco Sacchetti de Il Trecentonovelle, n. CCV:

Messer Ubaldino dalla Pila fa tanto dell’impronto con uno Vescovo, che fa licenziare al Vescovo che uno suo ortolano si faccia prete, e vienli fatto.

                                                                          [informazioni fornite dal medievista Lorenzo Cammelli]

       

 

Ugolino da Senni

(1225 - 1293)

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     Figlio di Azzo della Pila e di Azzolina (figlia di Guidotto dei Malavolti, esponente di una famiglia signorile della montagna bolognese), appare per la prima volta in un documento nel 1238 assieme al fratello minore Ubaldino, nel quale entrambi risultano essere minorenni e posti sotto la tuela dello zio Ubaldino della Pila.   

     Raggiunta la maggiore età attorno al 1240, accompagna lo zio Ubaldino in ogni sua attività relativa alla gestione della signoria. Ugolino è presente in tutti gli atti ufficiali che riguardano la politica della Casata degli Ubaldini da Montaccinaico, quali il privilegio imperiale del 1246, l’adesione alla Lega Ghibellina nel 1251, la partecipazione ai consigli cittadini del nuovo governo ghibellino nato a Firenze dopo la battaglia di Montaperti.

     Dal 1260 al 1266, collabora  con il vicario generale in Toscana di re Manfredi, il conte Guido Novello dei conti Guidi, come risulta da un atto del 1263.

     Con la morte del cardinale Ottaviano nel 1272, Ugolino si rende patrimonialmente indipendente dallo zio Ubaldino:  zio e nipote danno  vita a una divisone dei beni della Casata, e Ugolino eredita la suntuosa residenza di Santa Croce, presso Scarperia, che elegge a sua dimora prediletta. La divisione patrimoniale non comporta però la divisione politica della signoria, la cui gestione rimane salda e unitaria.

     A partire dal 1280 Ugolino, con l'intento di stringere allenze politiche e incrementare i possedimenti dalla Casata, avvia un’attiva politica matrimoniale sposando i propri figli coi rampolli dei conti Guidi del ramo di Battifolle e dei Pagani da Susinana. 

     Di Ugolino sono note due mogli: Bolognisia, figlia di Guido dei Geremei di Bologna, dalla quale ha il figlio Giovanni da Montaccianico (documentato dal 1280 e morto nel 1337);  Beatrice, figlia di Galvano conte di Lancia, cugina di Manfredi di Svevia re di Scilia, con la quale risulta essere sposato già nel 1271 e dalla quale ha altri due figli Francesco (1285-1325) e Ottaviano (1285-1302).

     Nel 1286 Ugolino fa testamento e il 10 di gennaio 1293 vi appone un codicillo in merito alla tutela dei figli minori Francesco e Ottaviano; questo è il suo ultimo atto che lo documenta in vita.

      Il 7 di febbraio 1293 risulta già morto.


Ugolino da Senni nelle fonti letterarie

Un Ugolino di Azzo compare nella Commedia, nel Purgatorio, c. XIV, vv. 103-105:

Non ti maravigliar, s’io piango, Tosco,

quando rimembro con Guido da Prata

Ugolin d’Azzo che vivette nosco.

                                                                             [informazioni fornite dal medievista Lorenzo Cammelli]

       

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 i cavalieri fiorentini

Manete degli Uberti, "Farinata"

(1212 - 1264)

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Nobile ghibellino esponente di una delle famiglie fiorentine più antiche e importanti. Dal 1239 fu a capo della consorteria ghibellina, e svolse un ruolo importantissimo nella cacciata dei guelfi da Firenze avvenuta nel 1248 sotto il regime del vicario imperiale Federico d'Antiochia.

   Nel 1251, con il ritorno al potere dei Guelfi e l’inizio della guerra tra Firenze e la Lega Ghibellina (guerra durante la quale Firenze invase il Mugello e attaccò il castello di Montaccianico), Farinata e tutti gli altri notabili ghibellini furono esiliati da Firenze. Nel romanzo Farinata compare più volte come alleato degli Ubaldini e protagonista della Lega Ghibellina.

   Farina e gli altri ghibellini fiorentini poterono tornare a Firenze solo nel 1260, a seguito della vittoriosa battaglia di Montaperti.

   Nella dieta di Empoli che ne seguì, Farinata dimostrò il suo grande amor di patria, opponendosi alla proposta dei suoi alleati ghibellini, tra cui gli Ubaldini, di radere al suolo la città di Firenze.
   «E nel detto parlamento tutte le città vicine, e' conti Guidi, e' conti Alberti, e que' da Santafiore, e gli Ubaldini, e tutti i baroni d'intorno proposono e furono in concordia per lo migliore di parte ghibellina, di disfare al tutto la città di Firenze, e di recarla a borgora, acciocché mai di suo stato non fosse rinomo, fama, né podere. Alla quale proposta si levò e contradisse il valente e savio cavaliere messer Farinata degli liberti (…)» (Giovanni Villani - Nuova Cronica, Libro VI, Capitolo LXXXI)-

    Nel romanzo compare più volte come capo dei Ghibellini toscani e referenti degli Ubaldini a Firenze.

Cavalcante de' Cavalcanti

(1220-1280)

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     Nobile fiorentino esponente di spicco dei Guelfi, è ricordato come padre del poeta Guido de’ Cavalcanti e spirito razionalista (Dante lo menziona nell’Inferno tra gli epicurei).

     Nel romanzo compare quale comandante delle milizie fiorentine che nell’estate 1251 invasero il Mugello e attaccarono Montaccianico.

      Le figure rappresentano: a) matrice di sigillo, Museo Nazionale del Bargello, Firenze; b) ricostruzione grafica di E. T. Coelho dal libro "Il sabato di S. Barnaba".

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gli uomini della Chiesa

papa Innocenzo IV

   (1190 - 1254)

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    Sinibaldo Fieschi nacque a Lavagna (Genova) non oltre il 1190 da una delle famiglie più potenti della costa orientale della Liguria che dominava su un'ampia contea.

    Le più antiche tracce di una vera e propria ascesa della famiglia dei conti di Lavagna risalgono alla seconda metà del sec. XII. Nel 1161, Federico I Barbarossa investe i Lavagna dei feudi che già controllavano. Nella delegazione appare Rufino, nonno di Sinibaldo (questo atto verrà confermato da Federico II nel 1227). In seguito ad un accordo con i consoli di Genova del 23 novembre 1166, confermato il 13 marzo 1174 da una nuova intesa tra quella città e il capostipite dei Fieschi, il conte Rufino, con i propri figli Ugo e Guirardo, non solo i conti di Lavagna si videro riconosciuto un certo ruolo nel governo locale, ma per il ramo dei Fieschi iniziava una fase importante nella storia della loro famiglia, ossia l'inserimento nella vita cittadina. Secondo la tradizione, Ugo avrebbe sposato una figlia di Amico Grillo, un nobile genovese. Ugo è il primo membro della casata per il quale è attestato l'uso del cognome Fieschi ("de Flesco"), un nominativo che sembra indicare la professione (appaltatore del fisco imperiale) e che avrebbe comunque finito per diventare un cognome (una derivazione toponimica del cognome non può però essere esclusa). L'ascesa dei Fieschi, che s'imparentarono anche con l'importante famiglia genovese dei Bulgaro, fu graduale e conseguente a due fondamentali scelte strategiche: la conversione della rendita fondiaria in capitale finanziario e l'occupazione di posti di rilievo nella gerarchia ecclesiastica. ALTRO


Ottone Visconti

(1207-1295)

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     Nel romanzo abile camerlengo del cardinale Ottaviano degli Ubaldini, fu il fondatore della dinastia viscontea a Milano.

     Nel 1262 Ottone, grazie all’intercessione del cardinale Ottaviano (di cui fu fido collaboratore dal 1247 per quindici anni) venne nominato arcivescovo di Milano, e da quella posizione, sconfitti i rivali Della Torre, divenne di fatto il signore della città.

     Nel 1287, Ottone, ormai vecchio, lasciò il potere al nipote Matteo Visconti, che fu nominato Capitano del Popolo, e quattro anni dopo Signore di Milano. Ottone riuscì a Milano dove il suo protettore Ottaviano degli Ubaldini fallì a Firenze, ovvero consegnare la signoria della città ai suoi familiari. altro

Cesario da Spira

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[i primi seguaci di San Francesco in occasione delll'approvazione papale della Regola dell'Ordine - Giotto, 1295-1300]

     Nato in Germania alla fine del XII secolo, studia teologia a Parigi, per poi intraprendere la carriera ecclesiastica diventando suddiacono e famoso predicatore.  Uomo sensibile ai movimenti di rinnovamento religioso del tempo, è un ardente seguace della perfezione evangelica.

     Nel 1218 è crociato in Terra Santa dove conosce Frate Elia ed entra nell’Ordine francescano. Nel 1219 in Siria conosce personalmente Francesco, reduce dalla missione in Egitto. Tra i due si forma un saldo legame e nell’estate del 1220 Cesario segue Francesco in Italia, dove contribuisce alla redazione della Prima Regola dell’Ordine, ormai necessaria per disciplinare la moltitudine di fedeli che in tutta la Cristianità ha seguito l’esempio di Francesco. Si tratta della cd "Regola non bollata".

     Nel Capitolo del 1221 è formalmente approvata la Prima regola, Frate Elia è nominato vicario dell’Ordine al posto di Francesco (che ne rimane capo spirituale), e Cesario è posto alla guida della missione per diffondere l’Ordine francescano in Germania. La missione ha successo e in pochi anni l’Ordine mette salde radici.

     Nel 1223 Cesario rientra in Italia per incontrare Francesco e chiedere una grazia (che ottiene): potersi ritirare in un romitorio assieme a pochi confratelli e vivere in solitudine e contemplazione, osservando  senza tentennamenti e in tutta la sua purezza il Vangelo e la Regola originaria dell’Ordine (nel 1223 Frate Elia e il Cardinale protettore dell’Ordine Ugolino d’Ostia hanno infatti redatto e fatto approvare dal Papa una nuova versione della Regola, meno rigida e meno aderente al Vangelo, la cd "Regola bollata"). 

     Dopo la morte di Francesco (1226), Frate Elia non tollera più deviazioni e ostacoli al processo regolarizzazione dell’Ordine nell'alveo della Chiesa, e col sostegno papale punisce duramente tutti i confratelli che, richiamandosi agli insegnamenti di Francesco, chiedono un ritorno alle origini e alla purezza evangelica. In tale contesto, la scelta ascetica di Cesario di vivere in romitaggio secondo il Vangelo  è giudicata dai vertici francescani come una forma di dissenso, un'aperta minaccia alla compattezza della comunità. Cesario, tra l’altro, non è un frate qualsiasi, ma un teologo famoso con ampio ascendente tra i confratelli che giudicano il più santo di tutti dopo Francesco. Così Cesario è il primo ad essere preso di mira: Elia, a titolo di monito per tutti i dissidenti e gli zelanti della Regola originaria, ne ordina l’incarcerazione.

     Dopo pochi anni di carcere Cesario è dato per morto. Sulla sua morte aleggia però un fitto mistero. Secondo alcuni è ucciso per errore dal suo carceriere, che vedendolo fuori dalla cella e temendone la fuga, lo colpisce alla testa con un bastone. Secondo altri non si tratta di omicidio colposo: il carceriere non commette un errore, ma esegue un preciso ordine di Frate Elia. Altri ancora mettono in dubbio la suddetta dinamica della morte per bastonatura, ritenendo che altra fu la causa.
     Nel ROMANZO si aderisce alla terza soluzione: Cesario, con la complicità dei compagni, si fa credere morto e riesce a fuggire e far perdere le proprie tracce. Si nasconde in un romitorio del Mugello sotto le mentite spoglie di Frate Anselmo, per essere poi smascherato dall'inquisitore domenicano inviato dal Papa con le milizie fiorentine.
  

   

     

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gli Hohenstaufen e i seguaci ghibellini

Federico II di Svevia

(1194-1250)

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     Federico II Hohenstaufen (Jesi, 26 dicembre 1194 – Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1250) fu re di Sicilia, Duca di Svevia, re di Germania e Imperatore del Sacro Romano Impero, e quindi precedentemente Re dei Romani, infine re di Gerusalemme (dal 1225 per matrimonio, autoincoronatosi nella stessa Gerusalemme nel 1229).

     Apparteneva alla nobile famiglia sveva degli Hohenstaufen e discendeva per parte di madre dalla dinastia normanna degli Altavilla, regnanti di Sicilia.

     Conosciuto con gli appellativi stupor mundi ("meraviglia o stupore del mondo") o puer Apuliae ("fanciullo di Puglia"), Federico II era dotato di una personalità poliedrica e affascinante che, fin dalla sua epoca, ha polarizzato l'attenzione degli storici e del popolo, producendo anche una lunga serie di miti e leggende popolari, nel bene e nel male.

     Il suo regno fu principalmente caratterizzato da una forte attività legislativa e di innovazione artistica e culturale, volta a unificare le terre e i popoli, ma fortemente contrastata dalla Chiesa, di cui il sovrano mise in discussione il potere temporale. Federico stesso fu un apprezzabile letterato, convinto protettore di artisti e studiosi: la sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica.

     Uomo straordinariamente colto ed energico, stabilì in Sicilia e nell'Italia meridionale una struttura politica molto somigliante a un moderno regno, governato centralmente e con una amministrazione efficiente.[

     Federico II parlava sei lingue (latino, siciliano, tedesco, francese, greco e arabo) e giocò un ruolo importante nel promuovere le lettere attraverso la poesia della Scuola siciliana. La sua corte reale siciliana a Palermo, dal 1220 circa sino alla sua morte, vide uno dei primi utilizzi letterari di una lingua romanza (dopo l'esperienza provenzale), il siciliano. La poesia che veniva prodotta dalla Scuola siciliana ha avuto una notevole influenza sulla letteratura e su quella che sarebbe diventata la moderna lingua italiana. La scuola e la sua poesia furono salutate con entusiasmo da Dante e dai suoi contemporanei, e anticiparono di almeno un secolo l'uso dell'idioma toscano come lingua d'élite letteraria d'Italia.

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Federico d'Antiochia

(1222-1256)

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il sarcofago di Federico d'Antiochia

nella cattedrale di Palermo

     Figlio naturale dell'imperatore Federico II e di Maria d'Antiochia del Regno di Sicilia, dal 1246 al dicembre 1250 ricoprì l’incarico di vicario imperiale per la Toscana e podestà di Firenze. Federico esercitò i suoi ampi poteri con quella mescolanza di efficienza e di violenza che sembra fosse una sua caratteristica. Riorganizzò le tradizionali strutture dell'amministrazione imperiale, che ora comprende...va anche il contado di Firenze, in modo più funzionale e rigido, così da potere attingere direttamente alle risorse materiali e militari delle città toscane. I Comuni vennero costretti a fornire truppe sia per la guerra dell'imperatore nell'Italia settentrionale, sia per le spedizioni militari all'interno della Toscana, e sottoposti a continue richieste di denaro e di tasse. A Firenze di solito non esercitava personalmente la podesteria, ma la delegava a dei vicari. La città, lacerata da lotte intestine, era passata dalla parte dell'imperatore soltanto perché paralizzata sul piano politico. In un primo momento Federico cercò di mediare tra le fazioni per ristabilire la pace, ma non vi riuscì. Non esitò quindi a destituire i capitani del Popolo simpatizzanti dei guelfi e li punì severamente, comportandosi alla stregua di un signore. Infine, all'inizio del 1248, dopo il fallito tentativo di rivolta dei guelfi sobillati dal Cardinale Ottaviano degli Ubaldini, bandì dalla città i guelfi e fece distruggere le case dei loro capi, che inseguì fin dentro le città e i castelli dove avevano cercato rifugio e aiuto. Nella sua provincia Federico esercitò il governo spostandosi continuamente, come del resto richiedeva la lotta contro gli avversari, tuttavia una delle sue principali residenze fu il castello di Prato, mentre evitava la città di Firenze, poiché ritenuta infida. Il conflitto tra guelfi e ghibellini che acquisì grande rilievo politico in virtù della lotta tra papa e imperatore rese più difficile il compito di Federico nella provincia affidata al suo governo. Egli si appoggiò ai ghibellini toscani, tra cui gli Ubaldini, ma non poté impedire la ribellione di Firenze in seguito all'inattesa sconfitta delle sue truppe presso Figline nell'estate 1250. Cacciati i rappresentanti del vicario generale, nella città si costituì un nuovo governo (il governo del "Primo Popolo"). La situazione precipitò dopo la morte dell'imperatore, avvenuta il 13 dicembre 1250. Federico ne fu avvisato pochi giorni dopo (tra il 18 e il 20 dicembre), ma non riuscì ad evitare il tracollo dell'amministrazione imperiale in Toscana. Federico tuttavia non abbandonò immediatamente la provincia, come fece invece la maggior parte dei suoi funzionari e collaboratori regnicoli.

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