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Riccardo Bellandi

Lo spettro greco. Una spy story della Guerra fredda al confine orientale italiano.

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Coperitna provvisoria


La guerra civile greca

(1946-1949)

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    Il governo di unità nazionale ebbe però vita brevissima: Papandreu accolse solo in parte le richieste dei comunisti (che pretendevano diversi importanti dicasteri), quindi per protesta i ministri comunisti in carica si dimisero e fu indetta per il 3 dicembre una manifestazione per chiedere le dimissioni di Papandreu.
     La manifestazione fu prima autorizzata, poi vietata quando ormai era troppo tardi. Dopo alcune scaramucce tra manifestanti e polizia, le truppe britanniche aprirono il fuoco sulla folla, uccidendo decine di persone e ferendone qualche centinaio.Churcill si recò personalmente ad Atene il 25 dicembre offrendo una mediazione. Furono respinte le richieste dei comunisti e la reggenza della Corona fu assunta dall'arcivescovo Damaskinos Papandreou, che nominò capo del governo il generale Nikolaos Plastiras, ex repubblicano e già presidente onorario dell'EDES (ex gruppo partigiano di ispirazione democratico-liberale), che nutriva forti antipatie peri comunisti dell'ELAS. Nel febbraio del 1945 il governo greco raggiunse un nuovo accordo con i comunisti dell'ELAS. In base agli accordi stipulati  le formazioni partigiane avrebbero dovuto consegnare le armi e sarebbero state escluse dalla partecipazione al governo (mentre potevano partecipare individualmente gli ex-membri); in cambio sarebbe stata concessa un'amnistia per i reati politici (con l'esplicita esclusione dei "reati comuni"), una maggiore epurazione dei collaborazionisti all'interno della polizia, ed infine si sarebbe tenuto un referendum sulla questione istituzionale ed elezioni politiche sotto controllo internazionale. 

     Nonostante le vive proteste dei partigiani comunisti, presto iniziarono processi per "reati comuni" anche nei loro confronti e ciò contribuì ad agitare gli animi. In un anno, fino alla data delle elezioni si verificarono numerosi scontri in cui, secondo una stima, ci furono 1.289 persone uccise, 6.671 ferite gravemente. In seguito una parte dei partigiani comunisti decise di tornare a nascondersi sulle montagne.

     Nel marzo 1946 si tennero le elezioni, ma l'Unione Sovietica fece mancare la sua partecipazione alla commissione di controllo delle elezioni, mentre i comunisti  decidevano di non presentarsi alle elezioni e boicottarle. Le elezioni videro la vittoria della destra e dei liberali. Il successivo referendum istituzionale vide la vittoria della monarchia.  

    Nei primi mesi del 1946 i comunisti si arroccarono nelle regioni montuose del nord dove rifiutandosi di riconoscere la monarchia (appena restaurata a seguito di un referendum), riorganizzarono l'ELAS come Esercito Democratico Greco (DSE), proclamarono la Repubblica ed ottennero il sostegno dei partigiani del NOF (combattenti provenienti soprattutto dalla Jugoslavia in quanto macedoni, ma anche da Bulgaria e Albania che vennero denunciati come paesi aggressori). La guerra civile ebbe anche una componente etnica: circa un terzo dei combattenti comunisti erano macedoni di lingua slava, e tale situazione complicava ulteriormente lo scontro in atto.

   Il governo monarchico al fine di impedire i rifornimenti al nemico decise il trasferimento di interi villaggi in zone ritenute più sicure, mentre nelle zone controllate dai comunisti (che si estendevano fino al Parnaso e a pochi chilometri da Atene) erano numerosi gli episodi di prevaricazione e violenza. La contrapposizione fra le due parti, però, non poteva essere superiore: da una parte il debole governo monarchico formato da personaggi politici di basso profilo che non riuscivano a dare vita a delle maggioranze stabili, dall'altra un governo clandestino (Governo provvisorio democratico) nascosto fra le montagne guidato da Markos Vafiadis.

Il governo provvisorio, fondato nel 1947, controllava politicamente e militarmente il 70 % del territorio greco, da Evros al Peloponneso, ed aveva anche un parziale controllo delle montagne e della maggior parte delle isole. L'esercito governativo dal 1947 alla primavera del 1948 era per la maggior parte asserragliato ad Atene e nelle maggiori città, anche se aveva sotto controllo le grandi pianure della Tessaglia e di Tessalonica. Il DSE al tempo comprendeva più di 50.000 combattenti e una forte rete di simpatizzanti nelle aree rurali e montuose. Il suo quartier generale era sul monte Vitsi, vicino al confine con la Jugoslavia, appoggiato da altri due quartier generali regionali nella Grecia centrale (monte Pindo) e nel Peloponneso (monte Taigeto).

 

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     La guerra civile in Grecia ebbe vaste conseguenze sull'opinione pubblica internazionale e sull'Europa già duramente provata. L'inverno 1946-1947 fu terribile: la situazione alimentare si presentava più grave che negli anni di guerra, le manifestazioni di protesta scuotevano molti paesi, mentre in Francia e in Italia i partiti comunisti estromessi dai governi assumevano un atteggiamento di totale ostilità nei confronti dell'esecutivo. Nell'Europa orientale anche dopo gli accordi di Jalta l'URSS non aveva smobilitato l'esercito e teneva circa 200 divisioni attive, una parte delle quali nelle regioni più vicine ai paesi occidentali. L'intervento, seppur indiretto, della Jugoslavia a favore dei ribelli e dei britannici a fianco dei monarchici poteva far pensare alla degenerazione verso un conflitto internazionale.

     Winston Churchill, non più al governo, in un discorso tenuto negli Stati Uniti, denunciò quello che, a suo parere, era "il nuovo tentativo di soffocare la libertà da parte dell'Unione Sovietica". La Grecia infatti costituiva un'importante posta in gioco, insieme alla vicina Turchia, di cui l'URSS rivendicava alcune regioni di confine.

Il governo greco lanciò diversi attacchi contro le regioni controllate dai comunisti, ma senza grande successo, in quanto i guerriglieri si ritirarono senza subire gravi perdite e durante l'inverno ridiscesero a valle. Nel febbraio del 1947 il governo britannico annunciò che a causa della grave situazione finanziaria del paese non era più in grado di assistere la Grecia.

   L'annuncio venne accolto dai filo-monarchici come un disastro perché a loro dire il paese ellenico sarebbe caduto sotto un regime non diverso da quello degli altri paesi dell'Est se non vi fosse stato un nuovo intervento statunitense nel paese. Gli statunitensi iniziarono a inviare gli approvvigionamenti militari nei mesi successivi: in tal modo il governo greco sotto il più giovane Re Paolo ritrovò una maggiore saldezza, mentre al contrario i comunisti iniziarono una nuova strategia che si rivelò infruttuosa.

   Una delle maggiori battaglie nei tre anni di guerra ebbe luogo sui monti Grammos nel 1948. Il 16 giugno, nell'ambito dell'Operazione Koronis, 100.000 soldati governativi attaccarono 12.000 combattenti del DSE asserragliati sulle montagne. Dopo due mesi di duri combattimenti, il 21 agosto, il DSE riuscì a rompere l'accerchiamento e ricongiungersi con altre forze a Vitsi. Questa azione, eseguita subito dopo una disastrosa sconfitta nel Peloponneso, fu di fondamentale importanza nell'evitare una immediata vittoria governativa.

   Uno degli aspetti più controversi del conflitto fu l'evacuazione forzata di circa 30.000 bambini (figli di anticomunisti, ma non solo) dai territori del Nord controllati dal DSE in "campi di rieducazione socialista" situati nei paesi comunisti vicini (soprattutto in Bulgaria, Cecoslovacchia, Romania e Ungheria). Una Commissione Speciale istituita all'epoca dalle Nazioni Unite (la guerra civile greca fu una delle prime questioni affrontate dalla neonata organizzazione) dichiarò che "alcuni bambini erano stati forzatamente trasferiti", in contrasto con opinioni del Partito comunista che sosteneva che l'evacuazione dalle zone di guerra era avvenuta esclusivamente su richiesta dei genitori. Numerose risoluzioni dell'Assemblea generale ONU fecero appello affinché i bambini venissero rimpatriati, ma la maggior parte di loro fece ritorno in Grecia solamente tra il 1975 e il 1990, molti anni dopo la fine della guerra, di alcune migliaia se ne persero invece le tracce e non fecero più ritorno in Grecia.

   Dalla parte opposta, un altro aspetto controverso fu il trasferimento di circa 25.000 bambini (prevalentemente figli di guerriglieri del DSE) in 30 villaggi (chiamati "Città dei bambini") nel Sud del paese gestiti da organizzazioni religiose e controllati direttamente dalla regina di Grecia Federica di Hannover; la maggioranza fu successivamente data in adozione a famiglie americane e solo oggi[Quando?] alcuni di loro iniziano a raccogliere notizie sulla propria famiglia in Grecia.

In entrambi i casi ci sono reciproche accuse di sequestro di persona e di indottrinamento politico.

   Nell'estate del 1948, una notevole porzione dell'esercito comunista, non più disperso sul territorio, rimase bloccato nel Peloponneso, dove subì la prima pesante sconfitta; la III Divisione, non riuscendo a ricevere munizioni dal quartier generale, né a catturare i depositi dell'esercito monarchico, fu completamente annientata e la maggioranza dei suoi 20.000 componenti uccisa in combattimento. Successivamente a questa sconfitta i governativi mantennero il Sud della Grecia, e il DSE dovette limitare le sue operazioni alle regioni settentrionali e ad alcune isole, perdendo in tal modo il controllo di una porzione di territorio vasta e di notevole importanza politica ed economica. Nei mesi successivi, nonostante l'invio di nuovi rifornimenti e di pezzi d'artiglieria, tentativi di contrattacco non ebbero successo.

   La motivazione principale della sconfitta, però, fu politica prima che militare. Infatti la rottura fra Stalin e Tito portò nel gennaio 1949 alla  cessazione degli aiuti jugoslavi al Partito Comunista di Grecia, che nella diatriba interna al mondo comunista si era schierato con Mosca, nonostante il governo sovietico non fornisse alcun aiuto di tipo logistico. Privo di armi e di mezzi e della possibilità di usufruire dei confini jugoslavi e sconvolto da una lotta interna per l'eliminazione degli elementi titoisti, che portò a una forte demoralizzazione, il Partito comunista era fortemente indebolito.

   In seguito alla nuova controffensiva del generale monarchico Alexander Papagos, l'esercito comunista subì gravi perdite e non fu più in grado di affrontare battaglie di tipo convenzionale; entro la fine del mese di settembre tutte le maggiori unità si erano ritirate in Albania (che però rifiutò di fornire rinforzi o armamenti ai fuggitivi), mentre i 1000 combattenti sparsi nella Grecia meridionale erano fuggiti nei paesi dell'Europa orientale; il comando generale del DSE fu trasferito a Tashkent, in Uzbekistan, dove rimase per i successivi tre anni prima di essere sciolto. Il 16 ottobre dello stesso anno Zachariadis annunciò il cessate il fuoco, segnando definitivamente la fine della guerra.

   Nei tre anni di guerra si erano avuti circa 80.000 morti e un gran numero di profughi. Molte migliaia di ex-combattenti vennero avviati al confino nelle isole, ammassati in poveri campi. La guerra, oltre ad affossare l'economia già disastrata, lasciò una profonda divisione ideologica nella popolazione, che impedì la formazione di una stabile situazione politica che portò, anni dopo, alla dittatura dei colonnelli. Solo successivamente alla caduta del regime militare, il governo conservatore di Kostas Karamanlis abolì la monarchia, legalizzò il Partito comunista e promulgò una nuova Costituzione che garantiva diritti e libertà democratiche, nonché elezioni libere.