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Riccardo Bellandi

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Riccardo Bellandi
I Signori dell’Appennino.

Amori e battaglie nella Toscana del Duecento

Polistampa, 2010 (prima ristampa 2015)


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Riccardo Bellandi

Lo spettro greco.

Una spy story della Guerra fredda al Confine orientale italiano.

Youcanprint, 2015 


 


Intervista rilasciata a Serena Pinzani per Il galleto magazine del 6 febbraio 2016.

Dal Mugello all’estremo confine orientale dell’Italia

Riccardo Bellandi ci conduce nello “Spettro Greco”

A tu per tu con lo scrittore mugellano

 


Per capire di che pasta è fatto uno scrittore può essere utile sbirciare sul suo comodino. Non per scopiazzarne gli appunti, ci mancherebbe, ma per vedere cosa legge. Riccardo Bellandi, mugellano classe 1975, legge sempre due libri alla volta. E fin qui, devo dire, che ci somigliamo molto. I due libri che sta leggendo in questo periodo ci danno altri importanti indizi: un saggio "1946. La guerra in tempo di pace" di V. Sebestyen ed un romanzo, "L'avvocato canaglia" di J. Grisham. Se gli chiedi qual è il suo libro preferito lo metti quasi in imbarazzo, è sicuramente un’impresa ardua ma riesce a tirar fuori il titolo del cuore “Efrem. Soldato di ventura" di Mino Milani, romanzo letto da adolescente e rimasto molto impresso. A distanza di cinque anni dal primo, Riccardo Bellandi arriva in libreria con il suo secondo romanzo, “Lo spettro greco”. Una novità, ma anche una conferma.


Riccardo Bellandi torna in libreria dopo il grande successo del suo primo libro ed ancora una volta parliamo di storia. La tua è proprio una grande passione… quando nasce?

Fin da piccolo, con mio padre che mi raccontava le vite dei grandi personaggi storici e le avventure degli eroi mitologici. Poi ho avuto la fortuna di trovare ottimi insegnati che mi hanno dato ulteriori stimoli. In particolare il prof. Paolo Genesio negli ultimi tre anni di liceo a Borgo San Lorenzo.

 

Ma nella vita di tutti i giorni quanto spazio e quanto tempo puoi dedicare alla storia?

Non molto. Nei ritagli di tempo libero. Infatti ho impiegato molto tempo a completare i due romanzi che ho scritto, circa tre-quattro anni. La metà del tempo a documentarmi sul periodo storico e riflettere su intreccio e personaggi, l'altra metà a scrivere. 


A proposito del tuo primo romanzo, I Signori dell’Appennino. E’ stato un grande successo, andato molto presto esaurito e ristampato. Qual è stata la molla che ti ha spinto a scriverlo, oltre, ovviamente alla passione per la storia?

Era la primavera del 2004, un periodo di transizione della mia vita. Dopo circa otto anni ero tornato ad abitare stabilmente in Mugello con molto tempo libero a disposizione. Leggevo valanghe di romanzi storici, facevo lunghe passeggiate riscoprendo le nostre montagne e colline, e iniziai a interessarmi alla storia locale, che prima avevo sempre snobbato. Mi concentrai sulla storia medievale del Mugello, l'epoca più affascinante e sconosciuta, in cui la nostra valle non era ancora nell'orbita fiorentina, ma era dominata dalla potente consorteria degli Ubaldini, e il loro principale castello, Montaccianico, si trovava proprio sopra casa mia a Sant'Agata. Dopo aver letto un romanzo storico che in quegli anni aveva riscosso grande successo, "La cattedrale del mare" di Falcones, e che mi era parso assai banale e noioso, con una certa dose di presunzione mi convinsi dell'idea che io sarei stato capace di scriverne uno migliore sulla storia della mia terra. Dopotutto, se i lettori di tutto il mondo si erano appassionati alle vicende di uno scaricatore di porto della Barcellona medievale, perché non si potevano appassionare alla storia di personaggi del calibro di Ubaldino della Pila e del Cardinale Ottaviano che nella seconda metà del '200 tennero testa alla città di Firenze tentando più volte di prenderne il controllo, come accadde nello stesso periodo a Milano coi Visconti?

 

Ne “Lo spettro greco” cambi completamente periodo storico…

Decisamente. Un po’ come tutti quelli che scrivono, trovo stimoli e spunti narrativi nei luoghi e nelle persone che frequento. Per motivi familiari ormai da alcuni anni trascorro molto tempo a Gorizia, all'estremo confine orientale dell'Italia. Una terra affascinante, ricca di una storia drammatica e complicata che conoscevo solo in modo superficiale. Gorizia, assieme a Trieste, ha rappresentato il punto d'incontro e di sconto tra i mondi latino, slavo e tedesco; e suo malgrado è stata una delle principali protagoniste della storia d'Italia dell'ultimo secolo. Nella prima guerra mondiale fu teatro delle più sanguinose battaglie tra italiani e austroungarici. Durante il ventennio vide il volto più duro e intransigente del fascismo con il maldestro tentativo di assimilazione forzata delle minoranze slave. Alla fine della seconda guerra mondiale non conobbe il 25 aprile e la benevola occupazione degli angloamericani, ma quaranta giorni di feroce occupazione dei partigiani comunisti di Tito che deportarono e fecero sparire centinaia di italiani, non necessariamente per i loro trascorsi fascisti, ma in quanto oppositori del regime titino e dell'annessione della città alla Jugoslavia. Con il trattato di pace del 1947, un po' come Berlino, Gorizia fu divisa in due tra Italia e Jugoslavia, e per tutta la guerra fredda si trovò in prima linea lungo la "cortina di ferro" che divideva l'Europa occidentale da quella comunista. Il mio romanzo, "Lo spettro greco", affronta una delle fasi più drammatiche della storia di Gorizia e della stessa storia d’Italia. Il secondo dopoguerra, un periodo di grande incertezza e instabilità. L'Italia, uscita sconfitta e prostrata dal conflitto, era sull'orlo di una guerra civile, con ampie frange del Partito comunista che bramavano l'insurrezione e l'Armata jugoslava che premeva ai confini orientali rivendicando l'intero Friuli-Venezia Giulia. Proprio in quegli anni nella vicina Grecia infuriava una sanguinosa guerra civile tra i conservatori appoggiati dagli angloamericani e i comunisti sostenuti da Tito, e il suo spettro aleggiava inquietante anche sull'Italia.

 

Come storico pensi si possano fare degli accostamenti tra la storia del Mugello e quella dell’estremo confine orientale?

No. Il Mugello a partire dal XIV secolo, dopo la sconfitta degli Ubaldini, benché terra di confine fino all'unità d'Italia, è diventato stabilmente un'appendice di Firenze e parte integrante della Toscana, compresi i tre comuni del versante adriatico. La Venezia Giulia, l'Istria e la Dalmazia, al contrario, sono state sempre terre contese tra italiani (veneziani), slavi, tedeschi e turchi; e più volte nel corso della storia (anche recente), hanno cambiato stato di appartenenza, spesso in modo drammatico e cruento, a seguito di guerre e scontri tra le diverse componenti etniche che li popolavano.

 

E come lo vedresti un romanzo ambientato nel Mugello dell’età contemporanea?

Ogni luogo in ogni epoca storica presenta spunti di interesse e teoricamente si presta per essere il contesto di un romanzo storico. Tuttavia sono convito che ogni popolo, città o comunità abbia delle fasi storiche di svolta in cui accadono eventi chiave che ne determinano il destino per i decenni e i secoli successivi. Per il Mugello questo periodo è senza dubbio rappresento dal tardo medioevo, in particolare i secoli XIII e XIV, l'epoca in cui la più potente casata feudale della valle, gli Ubaldini, venne sconfitta e cancellata dalla storia, e i mugellani si legarono in modo definitivo a Firenze. Per Trieste e Gorizia invece fu decisiva la prima metà del '900, in particolare il secondo dopoguerra con la ferma resistenza opposta dagli Stati Uniti alle mire di Tito. Se le due città fossero state annesse alla Jugoslavia, più o meno forzatamente i loro abitanti italiani (che rappresentavano la stragrande maggioranza) se ne sarebbero andati o sarebbero stati assimilati, come avvenuto con Fiume, Pola e Zara.

 

Il tuo personaggio storico preferito?

Non ho un unico personaggio storico preferito in assoluto. In ogni epoca e luogo c'è uno statista o un condottiero che si è distinto dagli altri per capacità, lungimiranza e rettitudine. Limitando il campo alla recente storia d'Italia, non ho dubbi a scegliere Camillo Benso Cavour e Alcide De Gasperi, due uomini che pur provenendo da culture politiche opposte, hanno contribuito con scelte coraggiose, visione strategica e rigore morale al progresso del nostro paese.


Un libro che non deve mai mancare nella biblioteca degli appassionati di storia…

Domenica 7 febbraio 2016, alle ore 16,30, a Borgo San Lorenzo presso la Saletta comunale “Pio La Torre” di via Giotto, la presentazione del libro alla presenza dell’autore, del sindaco Paolo Omoboni e del prof. Paolo Genesio, docente di Storia per tanti anni al Liceo Giotto Ulivi, modera Riccardo Benvenuti.