

Mauro Pagliai Editore, 2026
pagine: 264
formato: 12,2x20
ISBN: 978-88-564-0595-8
collana: Biblioteca di Letteratura, 39
settore: L2/Romanzi
costo: euro 16,00
la caserma Gonzaga
La caserma gen. Ferrante Gonzaga, situata nel comune di Firenze vicino a Scandicci e costruita durante la Seconda guerra mondiale, dal 1947 al 1995 è stata la sede del 78° Reggimento Fanteria “Lupi di Toscana”. Nel 2008 la struttura è stata smilitarizzata e nel 2015 ceduta al comune di Firenze, che ne ha disposto l’abbattimento e la riconversione urbanistica a fini civili.
L’area della caserma era un rettangolo di circa 100mila m2, delimitato da un muro di cinta alto circa 3 metri. All’interno del perimetro erano presenti 30 edifici, per lo più ad un piano, tutti collegati da un anello formato da una strada carrabile con alberature sui bordi. Nella parte centrale della caserma c’era il piazzale interno, usato per le adunate e le manifestazioni. All’estremità del piazzale erano presenti la Palazzina Comando, l’edificio a due piani di maggior pregio, e sul lato opposto il monumento dei Lupi di Toscana e la gabbia dei lupi.




il Centro sfrattati di Sant'Orsola, in via Guelfa a Firenze
(…) Le famiglie ospitate al centro di Sant’Orsola, una quarantina per un totale di quasi duecento ospiti, vivevano in condizioni di estremo disagio, tra degrado e promiscuità. Una situazione vergognosa, sotto gli occhi di tutti i fiorentini. Gli alloggi erano stati ricavati separando le enormi stanze dei primi piani con divisori di fortuna che non garantivano alcuna riservatezza e, soprattutto, nessun isolamento da freddo, odori e rumori. I divisori, costruiti alla fine degli anni ’40 per i profughi istriani, erano fatti di cartone pressato e inchiodato a intelaiature di abete. Dopo pochi anni si erano deteriorati e i nuovi inquilini, gli indigenti fiorentini senza casa, li avevano via via sostituiti con lenzuola e tovaglie appese a spaghi tirati tra le mura. I pochi fatiscenti bagni erano in comune, come le cucine. Non c’erano docce né vasche, così gli ospiti per lavarsi dovevano usare i lavandini per i panni o recarsi ai bagni pubblici della stazione centrale. Molti vetri delle finestre che davano sulle vie esterne e sui cortili interni erano rotti o mancanti. Le stufe a gas e quelle a carbone allestite con canne fumarie di fortuna tirate su qua e là, non attenuavano il freddo e l’umidità, costringendo gli ospiti a stare in casa con il cappotto. Ovunque aleggiava un nauseante odore di muffa, sudore, disinfettante e alimenti in cottura. Negli ultimi mesi i giovani rivoluzionari avevano così più volte solidarizzato con gli sfrattati aiutandoli nella loro lotta per ottenere alloggi più dignitosi. Manifestazioni, picchetti di fronte alle sedi istituzionali, fino ad azioni più forti come l’incendio agli uffici della pretura dov’erano archiviate le pratiche di sfratto. Tra loro si era così creato un forte legame di solidarietà e amicizia, incrinando il ruolo guida svolto sino allora dal Pci, che in occasione delle elezioni, come le ultime del ’68, aveva sempre raccolto oltre il 60% dei voti degli inquilini del centro. (…)
[estratto del romanzo]
Per approfondire.
- Daniela Tartaglia, Sant'Orsola. Fotografie da un monastero, Crowbooks, 2019;
- I luoghi del '68 a Firenze,


i luoghi del Sessantotto fiorentino
La mensa universitaria di Sant'Apollonia di via San Gallo
Il centro Carlo Francovich di piazza Libertà
piazza San Marco



Per approfondire.
- I luoghi del '68 a Firenze,
Cimitero militare germanico del Passo della Futa
Il più grande cimitero di guerra tedesco in Italia, sorge sulla cima di un rilievo montuoso del crinale appenninico tosco-romagnolo a quota 950 m s.l.m., nelle immediate vicinanze del passo della Futa. Inaugurato il 28 giugno 1969, accoglie oltre 30mila salme di soldati tedeschi caduti durante la Seconda guerra mondiale, in gran parte nella difesa della Liena Gotica.
(…) Siviero alzò la mano destra e fece segno di proseguire. La foresta di faggi aveva lasciato il posto a un bosco più fitto e variegato con piante di roverella, cerro, carpino nero e frassino. Abbandonarono il sentiero e cominciarono a scendere lungo un costone con enormi lastroni di roccia che affioravano dal terreno. Una piccola radura ricoperta da lunga erba secca aprì improvvisamente uno squarcio di panorama.
“Il cimitero militare germanico!” esclamò Siviero e indicò un promontorio di fronte a loro completamente disboscato e disseminato di migliaia di lapidi, minuscoli rettangoli chiari in mezzo al prato verde. Un muro in pietra grigia saliva tutto intorno a spirale sino all’apice del monte, culminando nel sacrario, una suggestiva struttura in pietra sormontata da un enorme trapezio con un angolo acuto rivolto verso il cielo. “È stato inaugurato la scorsa estate. C’ero anch’io. Ci sono sepolti più di trentamila soldati tedeschi. Tutti caduti nella difesa della linea Gotica. È il più grande cimitero militare germanico d’Italia.”
Una fugace occhiata e il bosco, questa volta un’abetaia, li avvolse di nuovo. Giulia aveva sentito parlare del cimitero germanico. Si trovava proprio sul passo della Futa. Ormai dovevano essere vicini alla meta. Aveva male ai piedi e non vedeva l’ora di potersi sedere e levare gli scarponi per avere un po’ di sollievo. (…)
[estratto del romanzo]

Il monte Gazzaro
(…) Uscirono dalla faggeta e si trovarono in un tratto aperto con erba alta, arbusti e cespugli spazzati dal vento. Il sole splendeva nel cielo azzurro, con qualche nuvola sfilacciata. Si fermarono. Il panorama era eccezionale. A nord, l’alta valle del Santerno serrata da morbide catene montuose avvolte da foreste, pascoli e campi d’altura, a sud un lago di nebbia che avvolgeva completamente la conca del Mugello sino alle pendici dell’Appennino. L’uomo alla testa del gruppo fece cenno di proseguire. S’incamminarono in fila indiana lungo il sentiero di crinale, direzione ovest, verso il passo della Futa. Procedevano in silenzio, leggermente piegati in avanti per attutire la spinta del vento gelido che sferzava il volto, impediva di tenere gli occhi aperti, fischiava tra gli sparuti arbusti. Alcune folate erano talmente forti da alzarli da terra. Il sentiero iniziò a scendere leggermente e dopo poco entrarono in una nuova faggeta ancora più maestosa della precedente. Gli alberi correvano bianchi, alti e dritti verso il cielo azzurro che filtrava tra i rami spogli. Gli scarponi, frantumato il leggero strato di neve ghiacciata, affondavano morbidi nella spessa coltre di foglie umide. Il vento attenuò la sua forza e Giulia si sentì riavere. Poté allentare la sciarpa e arrotolare il passamontagna. Sara, che procedeva davanti a lei, si girò e le sorrise. (…)
[estratto del romanzo]





